lunedì 16 aprile 2018

IL FASCISMO, LA RESISTENZA E LA TRAGEDIA DELLA GUERRA CIVILE

“Ray Moseley è stato corrispondente europeo per il «Chicago Tribune» da Roma, Mosca, Londra, Nairobi, Berlino, Belgrado, Il Cairo e Bruxelles. Nel 1981 ha ottenuto il secondo posto al premio Pulitzer per corrispondenti esteri. Attualmente vive in Inghilterra, e in Italia ha pubblicato presso Mondadori l’acclamato Ciano, l’ombra di Mussolini (2000).
Il 25 luglio 1943, l’arresto di Mussolini, al termine di un incontro con il Re e poche ore dopo la conclusione di una storica seduta del Gran Consiglio, sancì ufficialmente la fine del Regime.
Il 28 aprile 1945, la sua fucilazione chiuse per sempre la parabola tragica del fascismo e del suo fondatore.
Moseley racconta il drammatico epilogo del Ventennio seguendo Mussolini nel periodo disperato e febbrile di Salò: i 600 drammatici giorni in cui il Duce che «ha sempre ragione» cercò di sopravvivere insieme alla sua piccola Repubblica, fino all’inutile fuga, in una gelida primavera, lungo le sponde del lago di Como. Attraverso un sapiente intreccio di documenti e testimonianze (alcune fino a oggi sorprendentemente trascurate) e una narrazione rigorosa e appassionante, l’autore ci descrive Mussolini giorno dopo giorno, mentre affonda lentamente nell’impotenza, nella rabbia, nella vergogna e nella depressione, ci rivela alcuni aspetti inediti del suo carattere e della sua vita privata, ci guida alla scoperta della vera identità del suo carnefice e infine ricostruisce la storia (e la sorte) del suo famoso «tesoro»”.
Queste note di copertina che la casa editrice Lindau ha redatto per confezionare, con scarsa accuratezza sia redazionale che grafica che tipografica, questo comunque interessante volume, sono l’equivalente del bugiardino inserito nelle scatole dei farmaci…
Moseley pare sia un importante giornalista, è stato infatti corrispondente estero di una grande testata ed è arrivato alle soglie del Pulitzer; una volta in pensione si è dedicato all’approfondimento della Storia e alla produzione di saggi. È evidente che dal 25 luglio del 1943 (Notte del Gran Consiglio e arresto di Mussolini) al 12 giugno del 1946 (Vittoria della Repubblica al Referendum ed esilio del Re) si sia prodotta in Italia molta più Storia di quanto non ne sia stata narrata, ma questo dovrebbe però indurre ancora di più alla cautela gli “apprendisti storici” della cui categoria il nostro fa parte.
La vicenda umana e politica dell’ultimo Mussolini avrebbe tutti i numeri per diventare un avvincente romanzo e il copioso materiale riversato in queste seicento pagine lo dimostra chiaramente; ma il lavoro di Moseley, bulimico e confusionario, finisce con il produrre l’effetto contrario lasciando il lettore frastornato e pieno di dubbi.
La parte più interessante del volume è costituita dalla quarantina di pagine di “Apparati” con l’indispensabile cronologia e l’accurata bibliografia che, unitamente alle ricche note finali di ognuno dei trenta capitoli, aiutano il lettore a districarsi nel ginepraio tessuto da Moseley; a sua parziale giustificazione bisogna considerare che la natura degli eventi trattati dal libro mal si presta a ricostruzioni chiare e oggettive. Pur condividendo l’unanime disprezzo per le scelte di campo di Mussolini, invito a riflettere su quali sarebbero state le immediate conseguenze per la nostra nazione nel caso avesse deciso di rompere l’alleanza con i tedeschi e consegnarsi armi e bagagli agli alleati. D’altra parte, già al momento della fuga del Re e di Badoglio, il ministro per la Propaganda del Fuhrer, Joseph Goebbels, aveva annotato nel suo diario: “Il vigliacco tradimento al suo capo è il preludio di un tradimento contro il suo alleato. Il Duce entrerà nella storia come l’ultimo Romano, ma dietro la sua figura un popolo di zingari terminerà di imputridire”.
I tedeschi in ritirata avrebbero raso al suolo le nostre città con le infrastrutture e le fabbriche, mentre gli alleati e il CLN non avrebbero avuto alcuna possibilità di trattare, come avvenne, la salvaguardia di Roma e del patrimonio artistico, architettonico e industriale della nazione intera. La lotta partigiana stessa, probabilmente, non avrebbe avuto modo di sviluppare quella trionfale fase logistica che fu, invece, favorita dall’exit strategy dei tedeschi dal nostro territorio. L’Italia anche in quell’occasione pagò tragicamente le conseguenze del suo ruolo geopolitico di scacchiere internazionale, ma nessuno potrà mai dire con esattezza quali scelte alternative si sarebbero potute rivelare azzeccate. Mai come in questo caso la letteratura dimostra la sua superiore capacità di narrare una fase storica; nessuno meglio di Italo Calvino nel suo magnifico “Il sentiero dei nidi di ragno” ha saputo descrivere il dramma della guerra civile e i suoi umani risvolti nella vita quotidiana della popolazione. Per riconoscere gli eccessi di crudeltà di alcune bande di partigiani, culminate nell’epilogo vergognoso dello scempio di Piazzale Loreto (lo stesso Sandro Pertini ebbe a dichiarare: “L’insurrezione si è disonorata”), non era necessario aspettare i rigurgiti infami, proditori e livorosi di Giampaolo Pansa, sarebbe stato sufficiente contestualizzare la narrazione con i criteri applicabili a ogni tipo di lotta fratricida che, dalla Bibbia in giù, assume un valore paradigmatico, immersa com’è in un quadro di belluina e cieca furia.
Il libro ha tuttavia il merito di riportare alla luce, sia pur in modo frammentario e confuso, personaggi che la Storia, diretta con mano sapiente dal pensiero forte dei vincitori, ha ingiustamente relegato dietro le quinte. A parte Galeazzo Ciano del quale ancora non si è riusciti a stabilire la cifra morale, ma la cui complessa vicenda assume tratti leggendari, troviamo tra le pagine molti altri personaggi romanzeschi quali il generale Kurt Student, inviato speciale di Hitler per le mission impossible tra le quali la liberazione del Duce; Giovanni Preziosi, spretato maneggione, accanito pamphlettista, fanatico antisemita; Theodor Morell, medico personale di Hitler che imbottiva di droghe il fuhrer; Georg Zachariae, corrispondente in Italia di Morell del quale comunque non condivideva, per fortuna del Duce, le idee strampalate; Raffaele Guariglia, ministro degli esteri italiano, una delle poche persone competenti del governo Badoglio; Hubert Lanz, generale tedesco responsabile del massacro di Cefalonia, una delle peggiori atrocità commesse dai tedeschi durante la guerra; Eugen Dollmann, colonnello delle SS di stanza a Roma dai toni affabili e raffinati, fu protagonista dei negoziati per la resa agli alleati; Rodolfo Graziani, ministro delle Forze Armate della Repubblica di Salò che si considerava “più soldato che fascista”, fu graziato da Cadorna e scampò al plotone d’esecuzione dei partigiani; Alessandro Pavolini, segretario del partito Fascista, giornalista colto e poeta molto dotato, inviso ai fascisti duri e puri che lo consideravano “una zitella squilibrata”; Max Salvadori, ufficiale delle Forze Speciali inglesi che aveva teorizzato la cosiddetta “diserzione del Fattore C”, vale a dire: Corona, Capitale e Clero che prima avevano sostenuto il Fascismo ma al momento cruciale lo avevano mollato; Helmut Scholl, comandante delle SS di stanza a Napoli, che amava ripetere che per lui un soldato tedesco valeva tutta Napoli assieme, ma ebbe un bel da fare nel tenere a bada lo spirito creativo e naturalmente ribelle dei partenopei. Sfogò il suo senso d’impotente inferiorità distruggendo col fuoco la preziosa biblioteca dell’Università e l’insostituibile Archivio Storico di Napoli, mandando in fumo più di 50mila pergamene e 30mila volumi di documenti e resoconti preziosi sulla primissima storia della città, dell’Italia e dell’Europa intera; Rudolph von Rahn, ambasciatore tedesco a Salò, che scrisse in un rapporto: “Io considero mio compito spremere il limone neofascista, e quindi italiano, più che sia possibile, e quel che m’importa è solo il mezzo per riuscirvi”, salvo poi lamentarsi con Hitler della condotta tirannica dei militari tedeschi nei confronti del nuovo governo repubblichino; Gaetano Pellegrini-Giampietro, ministro delle Finanze di Salò, che riuscì a persuadere i tedeschi a non usare il marco tedesco d’occupazione e tornare alla lira italiana, ad impedire il trasferimento della Zecca italiana a Vienna e a recuperare parte dell’oro rubato dai tedeschi alla Banca d’Italia; Augusto Liverani, ministro delle Comunicazioni di Salò, che riuscì a salvare il patrimonio ferroviario italiano, ingannando i tedeschi circa la sua reale consistenza; Ernst von Weizsäcker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, che molto più di Pio XII e dello stesso Ugo Foà, capo della Comunità ebraica, si prodigò per salvare quanto più ebrei possibile dal terribile pogrom del 16 ottobre del 1943; Marcello Petacci, fratello di Claretta, eclettico truffatore di professione dalla caratura internazionale, amante della bella vita con regolare contorno di auto di lusso (la sua preferita era un’Alfa Romeo gialla) e belle donne. Fu fucilato dai partigiani assieme ad alcuni gerarchi fascisti i quali urlarono indignati di non voler essere giustiziati a fianco di un traditore; Vittorio Mussolini, il peggiore tra i figli del Duce, unanimemente considerato “estremista maleducato, presuntuoso, arrogante, rozzo e incapace di decifrare la realtà del momento”; Hildegard Burkhardt Beetz, giovane e avvenente agente delle SS incaricata di far visita a Ciano in prigione per farsi rivelare il luogo dove nascondeva il diario. Galeazzo Ciano, noto donnaiolo, l’aveva già conquistata in precedenti incontri ed utilizzò la circostanza per derivarne vantaggi per se stesso e per la moglie Edda; Emilio Pucci, giovane aviatore ex amante di Edda che aiutò lei e i suoi tre figli a riparare in Svizzera. Pucci, sopravvissuto stoicamente alle torture e alle sevizie dei nazisti rifiutandosi di parlare, dopo la guerra sarebbe diventato uno stilista di fama mondiale; Iris Origo, anglo-americana sposata a un marchese italiano, autrice di un diario che testimonia la “brutalità inaudita” delle SS in occasione delle spedizioni punitive nelle case della gente ritenuta complice dei partigiani; Giuseppe Jona, presidente della comunità ebraica di Venezia, si prese una notte di tempo per consegnare ai nazisti l’elenco dei duemila ebrei della città e invece la utilizzò per avvertirli del pericolo, l’indomani distrusse la lista e si suicidò; Piero Pisenti, onesto ministro della Giustizia di Salò, che convinse Mussolini a dichiarare fuorilegge la “Banda Koch”, uno “squadrone della morte” capeggiato dal famigerato delinquente cocainomane Pietro Koch, perverso e dissoluto, che alternava le crudeli spedizioni punitive alle feste orgiastiche organizzate a Roma dalla sua amante sedicenne fiorentina Tamara; Mario Carità, capo della polizia segreta fascista a Firenze, sadico pervertito che torturava i prigionieri in presenza delle sue due figlie, le quali partecipavano ai pestaggi e poi si concedevano agli aguzzini al servizio del padre; Carlo Alberto Biggini, ministro dell’Istruzione di Salò, uomo rispettabile che ebbe un ruolo significativo nel nascondere tesori d’arte italiani ai tedeschi e protesse professori e studenti antifascisti; Walter Reder, nella lunga e tragica lista delle atrocità compiute da parte tedesca, nessuno eguagliò il suo record di crudeltà e barbarie. Come molti dei nazisti più fanatici, Reder era austriaco, portava una mano artificiale coperta da un guanto nero ed era alcolizzato. Gli uomini di Reder furono responsabili, tra l’altro, degli eccidi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema; Luigi Parrilli, nobiluomo d’affari, operante al nord ma di origini napoletane, amante del bel mondo, fu il catalizzatore che portò gli agenti segreti americani e gli ufficiali delle SS, alle spalle di Hitler e Mussolini, a forgiare insieme la resa sul fronte italiano e salvare le infrastrutture industriali e pubbliche dell’Italia settentrionale dalla distruzione arbitraria; il conte Pierluigi Bellini delle Stelle, membro di una nobile famiglia fiorentina, che comandava la 52ª Brigata Garibaldi e usava il nome partigiano di Pedro, fu protagonista di alcuni tra i più significativi episodi della Resistenza; Urbano Lazzaro, nome di battaglia Bill, autore dell’arresto di Mussolini in fuga su un convoglio tedesco; Luigi Canali, nome partigiano Capitano Neri, che acconsentì alla richiesta di Claretta Petacci di rimanere a fianco del Duce fino alla fine; Giuseppina Tuissi, nome partigiano Gianna, amante di Canali, che era stata imprigionata e torturata sadicamente dai fascisti, che scorta Mussolini nell’ultimo viaggio. La Tuissi e Canali furono assassinati negli sviluppi della vicenda riguardante la scomparsa de “L’oro di Dongo”; Michele Moretti, comunista, nome partigiano Pietro, che scorta Claretta e contribuisce all’uccisione sua e del Duce; Giacomo e Lia De Maria che ospitarono, per conto dei partigiani, Mussolini e la Petacci nella loro camera da letto per l’ultima notte della loro vita; Walter Audisio, comunista, nome partigiano Comandante Valerio, ebbe l’incarico da Luigi Longo di eseguire la condanna a morte di Mussolini. Il giudizio sulla sua figura è piuttosto controverso poiché cambio più volte versione su chi gli avesse impartito l’ordine (si parlò anche di Cadorna) e si rivelò reticente sulla verità circa l’affaire de “L’oro di Dongo”; Domenico Leccisi, nostalgico fascista, nel primissimo dopoguerra creò il foglio clandestino “Lotta Fascista” e riuscì a trafugare il corpo del Duce dal luogo segreto dove era stato sepolto.
Il ventennio fascista e il suo tragico epilogo sono certamente tra le pagine di Storia più drammatiche e complesse del nostro Paese eppure, incredibilmente, non sono ancora oggetto di studio nei programmi dei nostri Licei. I libri di Storia che in qualche modo hanno cercato di gettare luce sono tantissimi, ma manca ancora un lavoro, basato esclusivamente su documenti, che ponga la parola fine alle innumerevoli illazioni e ricostruzioni fantasiose. Benito Mussolini è stato l’indiscusso protagonista di quel periodo ed ha pagato pesantemente il suo conto con la Storia. L’Italia, invece, ha evitato la sua “Norimberga” e forse per questo i suoi conti ancora non li ha chiusi.
A proposito di documenti lascio alla riflessione dei miei lettori due citazioni mussoliniane, una riguardante gli americani, l’altra gli italiani.
“L’America è un paese senza ideali, un paese in cui il denaro, la potenza del denaro, l’avidità del denaro, sostituiscono tutto ciò che da noi ha ancora un valore culturale e morale. Gli americani non capiscono che le comodità materiali non possono sostituire il vuoto spirituale di un popolo il cui solo dio è il dollaro”.
“Ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo. Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo. Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura… e che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente”. (Da un’intervista a Gian Gaetano Cabella direttore de “Il Popolo di Alessandria”, 21 aprile 1945).
Franco Arcidiaco
Ray Moseley, Mussolini. I giorni di Salò, Lindau, Torino 2006, pagg. 610, € 29,00


giovedì 15 febbraio 2018

DA GENJI LO SPLENDENTE A RIDGE FORRESTER: RISALE AL GIAPPONE MEDIEVALE LA GENESI DELLA SOAP OPERA

La Storia di Genji (Genji Monogatari) è un classico della letteratura nipponica, scritto dalla nobile giapponese Musaraki Shikibu, dama di corte vissuta nel periodo Heian (794-1185).
Il romanzo illustra e racconta minuziosamente la vita delle alte cortigiane e si presenta come un qualsiasi novelliere che abbia un personaggio principale su cui ruota tutta la storia ed attorno al quale si affolla una pletora di personaggi di maggiore e minore importanza che hanno grande influenza sulla sua vita. Un paese chiuso, lontano, il Giappone, con una corte imperiale e la sua aristocrazia che costituisce un mondo a sé, ulteriormente chiuso, e con all'interno il mondo ancora più nascosto e sconosciuto delle dame di corte: una wunderkammer che Murasaki Shikibu apre per rivelarne proprio la parte più interna e misteriosa. Se il mondo imperiale del Giappone del X secolo è uno scrigno segreto, la Storia di Genji è la chiave che ci dovrebbe permettere di aprirlo e perdercisi dentro (magari, a volte, anche troppo). Per tutta la durata della lettura è necessario tener presente che ci si è immersi in una realtà medievale, elitaria ed estremamente circoscritta, in cui le gerarchie sono organizzate con la massima precisione e l'etichetta è rigidissima.
L’edizione di cui sto parlando è quella di Einaudi (ET Biblioteca) del 2015, curata e tradotta da Maria Teresa Orsi; un libro di 1380 pagine graficamente molto gradevole e allestito in modo maneggevole. Me ne aveva parlato Laura Melara, amica e intellettuale di gran livello, e ciò è stato sufficiente a farmi superare le perplessità, che non derivavano certo dalle dimensioni dell’opera, ma dalla fama sospetta che la circonda. Il racconto, per quanto sterminato, è frammentario e incompleto e ciò ha consentito ai vari studiosi e autori di ogni paese che ne hanno tradotta la versione inglese, di lavorare d’immaginazione completando a loro piacimento il lavoro dall’autrice. Sembra, infatti, che Murasaki non avesse pianificato alcuna fine per il romanzo ma ha semplicemente continuato a scriverlo finché ha voluto o potuto, lasciandolo però incompleto. L’aspetto che maggiormente colpisce è l’abilità dell’autrice di stendere un filo coerente e aver saputo dedicare grande attenzione a tutti i personaggi, nonostante il loro gran numero (ne sono in scena, infatti, centinaia), riuscendo a dar loro spessore e consistenza. Ogni personaggio non viene quasi mai chiamato per nome ma per il proprio titolo onorifico o in base al ceto di appartenenza; incontriamo quindi il “Secondo Comandante della Guardia”, “Sua Eccellenza il Gran Ministro della Sinistra” o addirittura il “Fratello Minore di Utsusemi”… Le donne sono invece identificate indicando un colore tipico del loro abbigliamento o con un nome di servizio, diverso per ognuno di loro, oppure alludendo al rango di un parente maschio di primo ordine a cui esse appartengono. Abbiamo pertanto a che fare con la “Seconda Dama delle Stanze Interne”, con la “Principessa del Padiglione del Glicine”, con la “Sposa del Governatore Delegato di Iyo” o addirittura con la “Dama della Luna Velata Sesta Figlia del Gran Ministro della Destra Sorella Minore della Dama del Kokiden”. Insomma un vero e proprio delirio paratestuale che rende difficoltosa la lettura e costringe a continui rimandi alle note introduttive di ogni capitolo e a quelle conclusive (oltre 150 pagine compreso un corposo glossario); generalmente è il testo che produce il paratesto, ma qui avviene esattamente il contrario. Ciò costituisce un'ulteriore fonte di possibile confusione nell'identificazione dei numerosi personaggi di corte non altrimenti specificati, con conseguente rischio di deriva accidiosa del povero lettore.
La storia, che vorrebbe narrare la vita del principe Genji, raccontandone della gioventù, dell’ascesa al successo, della mondanità e degli amori, sino alla caduta e poi risalita con un intreccio in cui da cornice sono delle ammalianti e belle figure femminili, è ulteriormente appesantita dalla presenza di banali e noiosissime poesie e di conversazioni scritte in versi. Insomma un gran pasticcio, probabilmente ascrivibile al lavoro dei primi traduttori in inglese dell’opera originale; la traduzione italiana pare sia operata sulla versione fornita da Arthur Waley, ritenuta dagli specialisti di letteratura orientale “corrottissima e discutibile”.
Ironia del destino deve toccare proprio a me, che non sono mai stato un campione di femminismo, rilevare la disinvoltura con la quale la critica letteraria sorvola su alcuni aspetti che, pur essendo fondanti della cultura giapponese, relegano la donna ad un ruolo subalterno.
Queste donne trascorrono le giornate letteralmente in penombra, dietro velate cortine sia pur regali, negli appartamenti o nelle carrozze che le conducono alle varie cerimonie, sempre al riparo da occhi indiscreti, celando il viso dietro il ventaglio o l'ampia manica del kimono.
Si tratta di una forma di sottomissione che il libro vuole fare apparire volontaria e gaudente, ma ha contribuito non poco a creare lo stereotipo della donna geisha che per secoli ha tracciato l’universo dell’eterno femminino nipponico, dove essere ancella o concubina costituisce comunque un privilegio.
Da più parti quest’opera è stata dipinta come un grandioso, incantevole e magico capolavoro; un meraviglioso quadro di bellezza effimera, di levità ieratica, di gioie e di dolori intensi, di caducità e di estrema ricerca estetica. Può starci tutto ma, paradossalmente, quello che funziona meno è proprio la figura centrale, Genji, il Principe Splendente, elevato a eroe nazionale, che si erge dalle pagine come uno smidollato donnaiolo, affetto da satiriasi acuta.
Nato dalla relazione dell’imperatore con una sua concubina, e non potendo quindi far parte del ramo principale della famiglia imperiale o aspirare al trono, Genji viene adottato dalla corte e riesce a scalare gli alti ranghi. Tutta la vicenda ruota, quindi, attorno alla vita amorosa di Genji e alle sue varie relazioni in piena coerenza con i costumi e le usanze della società di corte del tempo. Bugiardo, compulsivo e incosciente semina dietro sé una scia di dolore, facendo del male a tutti quelli che ha attorno: dal padre, al figlio illegittimo, all'amico, alle innumerevoli amanti (di ambo i sessi, non disdegnando i fanciulli) che seduce e abbandona come se guidato da una malefica forza oscura.
La dottrina religiosa che permea questa Storia di Genji è quella buddista del karma. Le stesse innumerevoli trasgressioni di cui si macchiano i personaggi sono governate dalle regole del karma; ne deriva pertanto che le disgrazie e gli incidenti sono diretta conseguenza di azioni malvagie compiute nella vita, o nelle vite, precedenti. Così Genji, che tradisce il padre imperatore con la sua nuova consorte, avrà da questa un figlio, il quale, però, verrà creduto figlio dell'imperatore e erediterà il trono. Nella donna, Genji vede la dolcezza e la bellezza della madre e se ne innamora perdutamente. Nonostante sia ricambiato dalla donna, i due sono costretti a reprimere i loro sentimenti in quanto lei “appartiene”, in qualità di concubina prima e di sposa poi, all’imperatore; da notare che Genji a sua volta si è da poco unito in matrimonio con la principessa Aoi. Dalla nuova sposa del padre avrà un figlio, il quale, però, verrà creduto figlio dell'imperatore e erediterà il trono.
Ma la maledizione del karma è peggiore di quella del DNA… e così questo imperatore è destinato a essere tradito a sua volta e si ritroverà tra le braccia un figlio non suo!
La conclusione del romanzo vede Genji ormai anziano riflettere solingo sul senso della vita e sulla caducità delle cose terrene. Altri capitoli, conosciuti come Capitoli di Uji, continuano a dipanare vicende anche dopo la morte di Genji e vedono protagonisti il figlio e un suo amico alle prese con le loro vicende amorose.
Parlate pure di buddismo, di karma, di etica orientale se volete, ma a me questo mondo appare pericolosamente vicino a quello di Beautiful e alle vicende delle famiglie Forrester e Spectra, con buona pace di tutti gli appassionati delle soap opera che potranno finalmente vantare dei precedenti letterari autorevoli.
Franco Arcidiaco
Murasaki Shikibu, La storia di Genji, ET Biblioteca Einaudi, Torino 2015, pagg. 1386, € 28,00












































domenica 3 dicembre 2017

IL FASCINO MISTERIOSO E INSPIEGABILE DI WALT WHITMAN

”Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”. Questa bellissima frase pronunciata nel film L’attimo fuggente dal prof. John Keating (interpretato da Robin Williams) non poteva non tornarmi in mente nel momento in cui ho avuto tra le mani il poema Foglie d’erba che, per la verità, avevo cercato soprattutto per rileggerne la magnifica prefazione di Giorgio Manganelli.
La vicenda poetica di Walt Whitman è paradigmatica della Storia Americana. Fino alla seconda metà dell’Ottocento, gli Stati Uniti non avevano ancora una poesia veramente autoctona, non avevano in sostanza un “poeta nazionale” degno di questo nome. Proprio nel momento in cui l’America cominciò a sentire l’esigenza di avere una propria voce, istintiva, con cui cantare se stessa, arrivò appunto Whitman, poeta di un unico libro, anzi di un vero e proprio poema epico, che in quel tempo ancora appariva come il genere più adatto a interpretare e fissare compiutamente la storia di una nazione; non a caso qualche critico è arrivato a parlare del poema come “prodotto dell’inconscio collettivo non meno che del singolo autore” o di “Bibbia democratica americana”.
Il tentativo di Whitman era piuttosto ambizioso, la sua idea, infatti, era di definire tutta una nazione e di “esprimere in forma letteraria o poetica, e senza compromessi, la mia propria persona fisica, emotiva, morale, intellettuale ed estetica, accordandola per mezzo dello spirito e dei fatti importanti dei suoi giorni immediati e dell’America attuale; svolgendo questa personalità, identificata nel tempo e nello spazio, in un senso molto più ingenuo e comprensivo che in qualunque libro o poema scritto sinora”.
In realtà la sua opera è l’incarnazione di fascinazioni tardoromantiche portate alle estreme conseguenze. Leaves of Grass, Foglie d’erba, fu un poema in itinere che vegetò e infittì fra le mani di Whitman; la prima edizione uscì nel 1855 e da quel momento, fino al 26 marzo 1892, giorno della sua morte, la sua storia personale e quella del poema furono una sola cosa. Il libro, al quale il poeta lavorò quindi per oltre metà della vita, comprendeva nella prima edizione pochissime poesie faticosamente elaborate. Uscì in ottocento copie, delle quali una sola fu venduta mentre le altre vennero distribuite a poeti, critici, amici e riviste letterarie; registrò più critiche che consensi ma Whitman non si arrese e avviò tutta una serie di revisioni e di inserimenti di nuovi capitoli producendo ben altre nove edizioni ognuna delle quali “accresciuta e corretta”, arrivando addirittura a modificarle anche in sede di ristampa. La quinta edizione del 1871 è quella che comprende Memories of President Lincoln con la celeberrima O Captain! My Captain!, la decima, ultima, è del 1892 ed è quella detta “del letto di morte”. In un’immaginaria rassegna della poesia universale nella quale ogni Paese fosse chiamato a presentare il suo poeta di riferimento, ritroveremmo dunque i versi di Whitman schierati al fianco di quelli di Dante, Goethe, Szymborska, Lorca, Baudelaire, Gibran, Majakovskij, Borges e Pessoa. Non renderemmo certo un buon servigio al povero Whitman poiché il suo poema non reggerebbe assolutamente il confronto con gli altri capolavori. Il suo motto “Sii semplice e chiaro, non essere occulto” è portato alle estreme conseguenze: il suo stile manifesta, infatti, una rozzezza di fondo, figlia della sua foga incontrollata e del suo infantile e didascalico entusiasmo marcatamente compilativo; l’utilizzo indiscriminato di slang, termini desueti e definizioni improbabili e il suo dispregio per la metrica, sono a mala pena suppliti dalla sua abilità oratoria e da qualche raro sprazzo di lirismo ispirato. Non a caso la lirica più conosciuta O Captain! My Captain!, resa celeberrima dal film L’attimo fuggente di Peter Weir, deriva la sua forza e la sua efficacia proprio dallo schema metrico e dai versi regolari e rimati che in genere Whitman non privilegiava. Eppure tra le pagine di Whitman sono nascoste delle perle preziose che non sono sfuggite al grande Giorgio Manganelli che definisce la sua poesia “estremamente e deliberatamente sviante; una poesia che sembra brulicare di idee ed anzi di raccomandarsi in grazia del frastuono di codeste idee, dell’ambigua generosità da comizio, della irritante fraternità dei vocativi, una sospetta eloquenza da predicatore itinerante…”. Con brevi incursioni tra le pagine, Manganelli segnala alcune “finezze ambigue, anche delicatamente puttanesche”. Questi versi sono un esempio: “O forse è il fazzoletto del Signore/un ricordo profumato lasciato cadere di proposito…”; il poeta, interrogato da un giovinetto su cosa sia mai l’erba, avanza l’ipotesi che sia una sorta di dono profumato lasciato cadere di proposito dal Signore per non farsi dimenticare. Mi ha molto incuriosito questa storia del fazzoletto profumato, mi ha fatto tornare in mente un elegante signore, si chiamava Mario Cundari, impiegato dell’agenzia giornalistica di mio padre, che soleva portare nella tasca dei pantaloni un fazzoletto intriso di profumo che non perdeva occasione di sfoderare per spargerne le buone essenze nell’ambiente di lavoro fumoso e polveroso di inchiostro dei giornali. Da un paio di versi nasce una suggestione o, per dirla con Manganelli, “un’istantanea meraviglia”. Emily Dickinson è stata una grande poetessa americana contemporanea di Whitman, lei del Massachusetts, lui dello stato di New York; meno amata dagli americani duri e puri e scoperta molti anni dopo la morte, ha lanciato involontariamente una ciambella di salvataggio all’opera di un poeta che da lei era lontano artisticamente anni luce: “Non c'è nessun vascello che, come un libro possa portarci in paesi lontani, né corsiere che superi al galoppo le pagine di una poesia. È questo un viaggio anche per il più povero, che non paga nulla, tanto semplice è la carrozza che trasporta l'anima umana”. Come dire che non esiste un libro che non contenga una perla, basta avere la costanza di cercarla. È evidente che la grandezza di Whitman risiede proprio nella semplicità e naturalezza con la quale, istintivamente, riusciva a esprimere le sue emozioni e i suoi aneliti di libertà; e questa sua caratteristica certamente contribuì a renderlo un mito soprattutto per le generazioni future. Lo “zio Walt” divenne un simbolo e i suoi versi guidarono il percorso “on the road” di tutti i poeti della Beat Generation, con in testa Allen Ginsberg che gli dedicò dei magnifici versi nel suo A Supermarket in California.
Franco Arcidiaco
Walt Whitman, Foglie d’erba, BUR poesia Rizzoli, Milano 1988, pagg. 520, £ 11.000
Whitman, Poesie, Nuova Accademia, Milano 1965, pagg. 160, £ 600
Walt Whitman, O capitano mio capitano, Crocetti editore, Milano 1990, pagg. 96, £ 10.000







domenica 29 ottobre 2017

GIORNALISTA E NARRATORE, DUE MESTIERI DIVERSI

Danilo Chirico è tra i pochi cronisti di giudiziaria e nera che quando scrive non corre il rischio di essere considerato un velinaro o, peggio, un megafono degli inquirenti e delle procure. Il suo linguaggio chiaro e coraggioso rispetta i principi cardine della buona informazione. Questo non significa automaticamente che Danilo sia diventato anche un bravo scrittore o meglio, per dirla con il nume tutelare della letteratura calabrese Pasquino Crupi, un bravo narratore. La capacità di narrare è fondamentalmente innata, anche se la pratica, a lungo andare, può produrre affinamento. Ma mentre risulta naturale a un buon scrittore applicare le forme narrative al giornalismo, non lo è altrettanto per un giornalista che si improvvisa narratore. Pier Paolo Pasolini, Gianni Brera o Dino Buzzati non erano classificabili come giornalisti: erano scrittori che scrivevano editoriali per i giornali. Viceversa non si registrano molti casi di bravi giornalisti che siano riusciti a rintracciare nel proprio DNA l’estro narrativo. Altro discorso vale, invece, per la saggistica che sovente appare come l’approdo naturale del buon cronista. Detto ciò, potrei anche chiudere questo faticoso tentativo di recensione, ma tale omissione dal sapore gesuitico produrrebbe, son certo, a Danilo più fastidio di una stroncatura.
In una recente intervista, Danilo ha dichiarato che Chiaroscuro “costruisce un asse – politico e criminale, ma anche economico e sociale – che mette in relazione, direi tiene insieme, questi due mondi” ovverossia la società reggina e quella romana, che sono rispettivamente la sua città di nascita e quella d’adozione. Siamo quindi nel terreno del romanzo di genere ed esattamente in quello del sempre più inflazionato noir (con buona pace del povero Simenon). Protagonista la generazione dei trenta-quarantenni le cui caratteristiche (grandi fervori ed enormi contraddizioni) sono trattate con un notevole realismo, viziato, però, da forzature fastidiosamente ridondanti. Il vomito continuo (siamo alla media di una vomitata ogni due pagine), l’Oki dipendenza e l’ossessiva passione (solo presunta, altrimenti non chiamerebbe la Barbera al maschile…) per i vini piemontesi, riducono il povero PM Federico Principe alla stregua di una macchietta. In questa sua opera prima, Danilo Chirico ha infranto la regola n. 11 del breviario di scrittura On Writing di Stephen King che recita testualmente: “Non date troppe informazioni inutili: meno è meglio! Includete nella vostra storia solo i dettagli davvero utili per farla andare avanti e per spingere il lettore a continuare a leggere”.
Parlavo prima di realismo, Danilo lo profonde a piene mani; l’esperienza maturata sul campo ha arricchito oltre misura il suo bagaglio ma ha infuso un’ansia bulimica al tessuto narrativo. Dentro Chiaroscuro ci sono decine e decine di fatti realmente accaduti: la pistola di un PM che ferisce una ragazza durante una festa, il vizietto della cocaina di qualche giovane magistrato, le frequentazioni e le parentele imbarazzanti di alcuni inquilini della procura, i rapporti privilegiati con determinati cronisti, i rapporti complicati (per usare un eufemismo morbido) con superiori e colleghi, la tentazione della politica; un déjà vu per chiunque abbia prestato un po’ di attenzione alla cronaca degli ultimi decenni.
Aver voluto racchiudere tutti questi elementi in un unico personaggio è stato l’errore principale di Danilo Chirico; l’intreccio risente dell’ammassarsi di fatti e circostanze e rende arduo al lettore il dipanamento del groviglio letterario. Mi risulta imbarazzante giudicare il lavoro degli altri editori, ma da un monumento come la Bompiani (sia pur ormai giuntizzata) mi sarei aspettato un lavoro di editing più accurato e deciso nei confronti dell’opera prima di un ottimo giornalista.
Il caso ha voluto che negli stessi giorni in cui ho completato la lettura del libro di Danilo Chirico, mi sia ritrovato tra le mani il volumetto di racconti di A. B. Guthrie, L’ultimo serpente, Mattioli editore.
Guthrie, romanziere americano che ha percorso tutto il ‘900, ha vinto il Premio Pulitzer nel 1950 ed è un maestro di narrativa che spazia dalla tragedia alla commedia, percorrendo la storia americana per raccontare “l’epos e le radici del lato oscuro e del lato luminoso del mito a stelle e strisce”. Il rapporto uomo-natura, l’avventura, il viaggio, la libertà, la violenza, il pentimento, l’amore mai sdolcinato, il tempo traditore; ingredienti classici che, mixati sapientemente, rivelano una grande vena da storyteller. Ne suggerisco la lettura a Danilo e alle sue editor in Bompiani.
Franco Arcidiaco
Danilo Chirico, Chiaroscuro, Bompiani, Milano 2017, pagg. 464, € 18,00
A. B. Guthrie, L’ultimo serpente, Mattioli, Fidenza 2016, pagg. 152, € 16,90

ROSARIO VILLARI, IL NOSTRO LIBRO DI STORIA

Oggi è morta la Storia. Per la mia generazione e minimo per altre due, con Rosario Villari è scomparsa una parte importante di noi. Il libro di Storia, che noi chiamavamo semplicemente “il Villari”, compagno fedele di interminabili pomeriggi di studio, ha contribuito a sviluppare la nostra coscienza critica; ci ha fatto capire che la Storia non è semplicemente quello che raccontano i vincitori e le classi dominanti, ma è quella scritta col sudore e col sangue delle classi operaie e contadine. Rosario Villari ci ha spiegato che la Storia si può interpretare e ci ha fornito gli strumenti per farlo; ci ha fatto capire che la “questione meridionale” non è uno slogan vuoto ma il prodotto di un preciso disegno geopolitico. Nel mio Villari le pagine della Rivoluzione Francese sono appena leggibili tra sottolineature di vari colori, in un bordo c’è anche una macchia di marmellata, anche questa annotata con cura, segno di una delle tante merende consumate distrattamente avvinto dalle epiche vicende che scorrevano sotto i miei avidi occhi. Addio compagno Sasha e grazie per la semina.
Franco Arcidiaco
Post pubblicato su FB il 18.10.17

domenica 22 ottobre 2017

LE PAOLINE E LA CORAZZATA POTËMKIN

“La libreria è un tempio, il libraio è un predicatore. Le nostre librerie non sono per fare denari, ma per beneficare la gente”. Questa frase, pronunciata da don Giacomo Alberione nel luglio del 1946, mi è tornata in mente quando la superiora della Congregazione delle Paoline della nostra città, suor José Maria Farini, mi ha proposto di intervenire alla Festa per l’Intronizzazione della Bibbia che si è svolta domenica 8 ottobre a Piazza Camagna. Il mio intervento, nella qualità di delegato comunale alla Cultura, non ha riguardato certo quello che il grande biblista francese Étienne Nodet definisce il “Libro dei Libri”; per parlare della Bibbia mi mancano i fondamentali… come si diceva una volta, e allora ho fatto ricorso alle suggestioni della mia memoria, che quando si tratta di vicende culturali non mi tradisce mai.
Don Giacomo Alberione era un tipo straordinario, basti pensare che il 20 agosto del 1914, mentre in Europa imperversava la Grande Guerra, in un tranquillo paesino delle Langhe piemontesi, Alba, decise di fondare nientemeno che una casa editrice, nacquero così le Edizioni Paoline; nel 1924 fondò il “Giornalino” (il primo settimanale per bambini che fece appassionare un’intera nazione alla nuova arte del fumetto; pensate che il mensile “Linus” sarebbe apparso solo nel 1965). Non contento, nel 1928 fondò in mezz’Italia la catena delle Librerie Paoline (giusto per dire, la catena delle Feltrinelli sarebbe arrivata ben 29 anni dopo!) e nel 1931 la “Famiglia Cristiana” (che ancora oggi è tra i più diffusi settimanali italiani).
Il motto di Alberione era “Portare Cristo oggi con i mezzi di oggi”, ovvero diffondere la parola di Dio tramite ogni mezzo che la tecnologia mette a disposizione; d’altra parte il suo ispiratore era San Paolo, a tutti gli effetti il primo comunicatore sociale che utilizzò proficuamente lo strumento mediatico del suo tempo, ovvero “le lettere”, al punto che l’intera sua predicazione è raccolta in epistole. Alberione, beatificato nel 2003, è stato proposto come “Patrono della rete” e penso che mai scelta fu più azzeccata come in questo caso.
Ma veniamo al mio rapporto con le Paoline, le “apostole della buona stampa e della parola fatta carta”: risale alla fine degli anni ’70, quando con un nutrito gruppo di giovani della sezione del PCI “Mattia Preti”, quartiere Tremulini, fondai il Circolo del Cinema “Pier Paolo Pasolini”. L’attività sociale del circolo si svolgeva all’interno della sezione sotto lo sguardo paterno ma diffidente dei compagni più anziani, mentre i film li proiettavamo nel salone della adiacente Scuola Elementare Carducci. Gli scarsi mezzi che avevamo a disposizione non ci consentivano di reperire le pellicole nei normali circuiti distributivi, lavoravamo con le bobine a 35mm ed eravamo costretti a noleggiarle nei circuiti del cinema d’essai di mezza Italia con costi per noi proibitivi. Il secondo anno di attività, quando cominciavamo a perdere le speranze di riuscire ad andare avanti, vennero in soccorso a noi, giovani comunisti duri e puri, le mitiche suore Paoline. La loro libreria sorgeva, come ancora oggi, nel plesso diocesano di piazza Duomo ed all’interno era ospitata la sezione del “Centro studi San Paolo Film”; in quegli anni di forti tensioni sociali, di aspre contrapposizioni tra i vari schieramenti politici, di “opposti estremismi” e “strategie della tensione”, una enclave cattolica ben definita animava e sosteneva la cultura cinematografica più progressista ed anticonformista, espressione diretta della rivoluzione planetaria del ’68. Nel loro catalogo erano presenti oltre al neorealismo italiano e al cinema di impegno civile, la nouvelle vague francese e il nuovo cinema indipendente americano, assieme ai grandi classici della cinematografia sovietica e ai maestri del cinema orientale e del cinema nordico (con la filmografia completa di Ingmar Bergman). Per tutto il suo periodo di attività il nostro circolo realizzò programmi di elevato livello avvalendosi esclusivamente dei film noleggiati “alle Paoline” e dell’ausilio delle preziose schede filmografiche prodotte dal centro studi.
Le suore che gestivano la libreria in quel periodo, andavano in giro con una Seicento Multipla bicolore e più di una volta ci consegnavano le bobine direttamente alla Carducci aspettando pazienti che raccogliessimo i soldi per pagarle. Sembra una storia alla Guareschi ma vi posso assicurare che andò proprio così. Oggi le suore Paoline continuano l’attività con lo stesso vigore d’allora ed il loro modello vincente si è esteso, grazie a papa Francesco, a tutto il movimento cattolico; noi comunisti, invece, siamo stati solo capaci di trasformare la battaglia contro le ideologie in una forma di karahiri collettivo ed oggi viviamo solo di ricordi.
Franco Arcidiaco








domenica 8 ottobre 2017

TUTTI I FANTASMI DI GIANNI AMELIO

Lo scorso mese di maggio, era di sabato, Antonella ed io abbiamo dato un passaggio in macchina a Gianni Amelio; si trovava a Reggio dalla sera prima per presentare il suo ultimo bel film “La tenerezza” e l’indomani, di buon mattino, doveva essere a Catanzaro, sua città natale, per un impegno di famiglia. Abbiamo fatto “il giro lungo”, in realtà avevamo un impegno a Bovalino nel pomeriggio, ma non ci siamo lasciati scappare l’occasione di conversare un paio d’ore con uno dei più importanti registi italiani.
L’occasione era ghiotta, poiché lo cercavo da tempo e lui purtroppo ha la cattiva abitudine di non rispondere né al telefono né alla posta elettronica; avevo bisogno di notizie su un suo film, girato a Reggio nel 1999 su commissione di Italo Falcomatà, “Uno schermo sull’acqua”.
Il film (una video-inchiesta di 50’, oggi avremmo detto un “docufilm”…) fu presentato in prima nazionale il 5 febbraio 2000 al “Teatro Politeama Siracusa” e raccontava la nostra città “che cambiava” attraverso varie voci: la giovane fotografa della Reggina, che era appena approdata al gotha della serie A, il libraio che animava il dibattito culturale in città, un giovane immigrato albanese, una ragazza nata in Canada tornata nella terra del padre e una giovane colombiana che si era innamorata di un coetaneo reggino “via internet”.
In quell’occasione Italo aveva dichiarato: “La nostra è una città che cambia perché i suoi cittadini hanno trovato fiducia in loro stessi e hanno riscoperto l’orgoglio delle loro radici, delle loro tradizioni, sicuri che un avvenire di sviluppo è concretamente possibile”.
Per raccontare questa “nuova” città, Amelio aveva incorniciato Reggio in uno schermo vero e proprio, quello che era stato allestito nell’estate del 1999 in riva al mare, davanti all’arena dello stretto, in occasione del “Festival Cinematografico del XXI Secolo”. Il regista calabrese pensò bene di usare quello schermo come uno specchio nel quale la città si rappresentava. Ricordo bene quella mattina magica in cui fu sistemato lo schermo, che corrispose anche al momento del primo ciak del film. Italo mi aveva convocato con altri pochi intimi, tra i quali un paio di pescatori di Calamizzi nel ruolo di “consulenti eolici”; i tecnici addetti al montaggio avevano raccomandato al sindaco di individuare una fascia oraria assolutamente priva di vento per non compromettere la stésa dello schermo e Italo chiamò i pescatori, che sapevano esattamente qual era il momento di “cambio di rema” che avrebbe assicurato una fase, sia pur breve, di calma piatta.
Con Laltrareggio seguivo passo passo l’attività del “sindaco della primavera” e, anzi, nell’occasione del Festival arrivai a produrre quello che forse fu il solo e unico esempio di quotidiano cinematografico, il XXI Secolo che per un’intera settimana accompagnò la programmazione del Festival.
Amelio realizzò dunque il film, che dopo aver girato i circuiti dei cineclub passò anche in Rai; il passo successivo sarebbe dovuto essere la produzione di un DVD per una distribuzione più capillare; purtroppo, invece, dopo la morte di Italo, “Uno schermo sull’acqua” subì le conseguenze della damnatio memoriae decretata dal suo successore. Ho cercato invano tracce del film a Palazzo San Giorgio ma, pur trattandosi di una produzione del Comune, non ho trovato alcunché.
Quella mattina in macchina Amelio è stato particolarmente loquace, Antonella ed io ci siamo limitati a qualche timida domanda, destinata ad essere travolta dal fiume di parole che ci riversava addosso, appoggiato con entrambi i gomiti sui sedili anteriori della nostra vecchia Skoda. Mi ha promesso che mi avrebbe aiutato a recuperare la pellicola originale del film o almeno una copia in DVD professionale e che mi avrebbe spedito in omaggio un cofanetto, prodotto dalla RAI in serie limitata, comprendente tutti i suoi film rimasterizzati in DVD.
Non abbiamo avuto più sue notizie, né abbiamo mai ricevuto i doni promessi; anche la sua email ed il suo cellulare hanno ripreso l’antica abitudine del silenzio…
Ha parlato tanto Gianni Amelio e, in due ore, ci ha sciorinato, con accattivante eloquio, la storia della sua vita e le inquietudini e i disagi della sua attuale condizione di anziano che sono, poi, tra i temi chiave de “La tenerezza”. Ci ha parlato della sua infanzia in un paesino di campagna attorniato da madri, zie, comari e nonne; del suo amatissimo figlio adottivo, Luan, di origini albanesi e delle tre adorate nipotine che lui si coccola portandole al cinema e in libreria. Ci ha parlato dell’odio profondo maturato per suo padre il giorno che si rifiutò di comprargli una rivista esposta in edicola, si trattava di Cinemanuovo che recava in copertina l’immagine di Jeanne Moreau tratta da Ascensore per il patibolo; non gli perdonò mai quella frase: “Coi soldi si compra il pane e non la carta”.
Arrivati a Catanzaro gli abbiamo donato un paio di libri di nostra edizione e lui ci ha invitato a leggere il suo ultimo libro Politeama edito da Mondadori salutandoci con queste testuali parole: “Temo, però, che dopo che l’avrete fatto mi toglierete il saluto!”. Forse è per questo che si è dimenticato di noi e delle promesse fatte…
Naturalmente, arrivati a Catanzaro Lido, ci siamo precipitati nella libreria Ubik del carissimo Nunzio Belcaro e abbiamo acquistato il libro.
In Politeama, Amelio racconta la storia di Luigino che vive una difficile infanzia, madre in manicomio e padre sconosciuto, nel Sud disperato degli anni ’50; un romanzo di formazione fuori da ogni schema nel quale l’autore, con chiara evidenza, riversa tutti i fantasmi derivanti dalle inquietudini di una diversità elaborata solo in età avanzata, il suo coming out, dalle pagine di Repubblica, risale infatti al 2014. Il romanzo è ricco di bellissime descrizioni in soggettiva che ci fanno entrare nel personaggio di Luigino, che è una tabula rasa, e viviamo con lui realisticamente la scoperta delle cose e le sensazioni che gliene derivano.
La crudezza di alcune scene di sesso e di violenza può risultare a tratti insopportabile e forse da questo derivava il suo ammonimento… in realtà se una critica mi sento di muovere riguarda invece lo stile di scrittura, tutti i dialoghi sono troppo verbosi e circostanziati al punto di rendere particolarmente noiosa la lettura. Amelio poi si concede il vezzo di porre in epigrafe a ogni capitolo dei versi tratti da canzoni degli anni ’50, francamente non ne ho capito il motivo poiché l’operazione non appare funzionale né a contestualizzare l’epoca storica, né a richiamare delle attinenze narrative.
L’incipit è didascalico e vale la pena di essere riportato: “Quando Luigi aveva sette anni, sua madre lo vestiva da femmina. Al buio, nella casa senza finestre, lo faceva salire su una sedia e gli infilava le mutandine rosa, poi la gonnella a fiori, la camicetta con le maniche corte, le calze e le scarpe bianche della sorella che era morta il mese prima”.
Caro Gianni, il libro l’ho letto e non è certo per questo motivo che ti leverò il saluto, ma tu almeno cerca di leggere questa mia strana recensione, non vorrei che in un angolo remoto della tua mente mi avessi relegato al semplice ruolo di autista…
Franco Arcidiaco
Gianni Amelio, Politeama, Mondadori, Milano 2016, pagg. 176, € 18,00